
Cosa minaccia i nostri Cetacei?
Il Mar Mediterraneo, sebbene rappresenti meno dell'1% della superficie oceanica mondiale, ospita oltre 17.000 specie marine, molte delle quali endemiche. Tuttavia, la sua ricchezza biologica è minacciata da diverse pressioni antropiche che compromettono la sopravvivenza di cetacei, tartarughe marine, coralli e molte altre forme di vita.
A causa della sua conformazione geografica, il Mediterraneo è particolarmente vulnerabile agli impatti umani. Essendo un bacino semi-chiuso, le attività industriali, il traffico navale, la pesca e l'inquinamento hanno conseguenze più marcate rispetto agli oceani aperti. Il 30% del traffico marittimo globale transita in quest’area, contribuendo in maniera significativa all'inquinamento acustico e chimico, all’aumento delle collisioni con i mammiferi marini e all’accumulo di rifiuti plastici.
Le minacce alla biodiversità marina possono essere suddivise in due categorie principali:
- Minacce dirette: impattano immediatamente sugli organismi marini, causando danni fisici o la morte.
- Minacce indirette: hanno effetti a lungo termine, alterando gli equilibri ecologici e riducendo le risorse disponibili per le specie marine.
Quali sono le minacce dirette?

Fattori che influenzano il rischio di collisione:
- Velocità delle imbarcazioni: studi dimostrano che con velocità superiori ai 14 nodi, la probabilità di letalità della collisione aumenta notevolmente.
- Tipologia di nave: le imbarcazioni più grandi e con scafo rigido hanno meno capacità di manovra e maggiore inerzia, rendendo impossibile evitare un impatto.
- Aree di alta densità di cetacei: alcune zone, come lo stretto di Gibilterra e il Mar Ligure, registrano un’alta concentrazione di mammiferi marini, sovrapponendosi a rotte commerciali.
Soluzioni per ridurre le collisioni
Per mitigare questa minaccia, sono state proposte diverse strategie di intervento, molte delle quali hanno dimostrato un’efficacia significativa.
- Riduzione della velocità delle navi: gli studi dimostrano che abbassare la velocità sotto i 10 nodi riduce la mortalità dei cetacei fino al 90%. Alcuni porti, come quelli della costa occidentale degli Stati Uniti, hanno implementato programmi volontari per la riduzione della velocità delle navi con ottimi risultati. Tuttavia, nel Mediterraneo, tale misura è ancora poco applicata.
- Riconfigurazione delle rotte marittime: dove possibile, le rotte commerciali possono essere spostate lontano dalle aree critiche per i cetacei. Ad esempio, il riposizionamento delle rotte nel Canale di Santa Barbara (California) ha ridotto significativamente le collisioni con le balene grigie e le balenottere azzurre.
- Implementazione di sistemi di monitoraggio: tecnologie come fotocamere termiche, radar passivi e boe acustiche permettono di rilevare la presenza di cetacei in tempo reale, allertando i comandanti delle navi per consentire loro di rallentare o cambiare rotta.
- Marine Mammal Observers (MMOs): per le navi di grandi dimensioni, la presenza di osservatori specializzati a bordo può ridurre il rischio di impatto, fornendo avvisi tempestivi sulla presenza di cetacei lungo la rotta.
- Software di tracciamento della fauna marina: sistemi come REPCET (Real-time Plotting of Cetacean) permettono di condividere in tempo reale la posizione dei cetacei avvistati dai naviganti, migliorando l’efficacia delle misure preventive.
- Adozione di propulsori meno impattanti: alcune compagnie navali stanno sperimentando motori più silenziosi e sistemi di propulsione che riducono il rumore e le vibrazioni sott’acqua, diminuendo l’interferenza con i mammiferi marini.
Sebbene alcune di queste misure siano state già implementate in aree specifiche, è fondamentale una maggiore cooperazione internazionale per garantire la protezione dei cetacei nel Mediterraneo. L’integrazione di queste strategie in una politica marittima globale può contribuire a ridurre significativamente il numero di collisioni, garantendo una convivenza sostenibile tra la navigazione e la biodiversità marina.

I principali attrezzi da pesca responsabili del bycatch includono:
- Reti a strascico: queste reti, trainate sul fondo marino, catturano indiscriminatamente qualsiasi organismo si trovi nel loro percorso, danneggiando anche gli habitat bentonici.
- Palangari: lunghe lenze munite di centinaia di ami, che possono intrappolare accidentalmente tartarughe marine, squali e uccelli marini.
- Reti da posta: reti fisse o derivanti, che possono intrappolare i cetacei impedendo loro di riemergere per respirare.
Fino all’inizio degli anni 2000, le reti derivanti nel Mediterraneo causavano la morte di oltre 10.000 cetacei ogni anno, fino alla loro messa al bando nel 2002. Tuttavia, la pesca illegale continua a rappresentare una minaccia persistente. In particolare, il capodoglio è tra le specie più colpite, con numerosi individui trovati intrappolati in reti illegali, spesso agonizzanti o già deceduti.
Soluzioni per ridurre il bycatch
Per affrontare questa problematica, sono state sviluppate diverse soluzioni che hanno dimostrato di ridurre significativamente la mortalità accidentale delle specie marine. Tra queste troviamo:
- Modifica degli attrezzi da pesca: L'uso di dispositivi come i TED (Turtle Excluder Devices) consente alle tartarughe marine di sfuggire alle reti a strascico. Questi strumenti, obbligatori in alcune aree degli Stati Uniti, potrebbero essere implementati con maggiore diffusione anche nel Mediterraneo.
- Adozione di ami circolari: Gli ami di tipo circolare riducono il numero di catture accidentali di squali e tartarughe rispetto agli ami tradizionali. Questi strumenti sono già stati introdotti in diverse flotte pescherecce, con una riduzione significativa della mortalità.
- Utilizzo di pingers acustici: I pingers sono dispositivi che emettono suoni ad alta frequenza, allontanando delfini e cetacei dalle reti da pesca. Diversi studi hanno dimostrato che l’impiego di pingers riduce fino al 50% il numero di catture accidentali nei delfini costieri.
- Chiusura temporanea di zone di pesca: Identificare e proteggere le aree critiche per la riproduzione e l’alimentazione delle specie a rischio potrebbe ridurre significativamente il bycatch. Alcuni esperimenti in Aree Marine Protette (AMP) hanno dimostrato che limitare le attività di pesca stagionalmente può favorire la ripopolazione delle specie vulnerabili.
- Formazione e sensibilizzazione dei pescatori: Un elemento chiave per la riduzione del bycatch è il coinvolgimento delle comunità di pescatori. Programmi di formazione su pratiche di pesca sostenibile e il rilascio corretto delle specie catturate accidentalmente possono contribuire a mitigare gli impatti negativi.
Sebbene queste soluzioni abbiano dimostrato di essere efficaci in molte aree del mondo, è fondamentale che vengano applicate in modo più sistematico nel Mediterraneo.
Un maggiore controllo sulla pesca illegale, incentivi per l’adozione di attrezzi da pesca sostenibili e la creazione di un sistema di monitoraggio internazionale potrebbero rappresentare un passo decisivo per ridurre il bycatch e proteggere la biodiversità marina.

L’inquinamento acustico rappresenta una minaccia crescente per la biodiversità marina del Mediterraneo. Il suono, fondamentale per molte specie marine, viene utilizzato dai cetacei per la comunicazione, la navigazione e la caccia. Tuttavia, l’aumento delle attività umane negli oceani ha incrementato in modo esponenziale i livelli di rumore sottomarino, interferendo con le funzioni vitali degli organismi marini.
Negli ultimi 50 anni, il rumore di fondo degli oceani è aumentato di circa 20 dB, con picchi ancora più elevati nelle zone ad alta densità di traffico navale. Alcune fonti di rumore possono raggiungere livelli estremamente elevati:
- Le esplorazioni petrolifere e del gas utilizzano tecniche di airgun (cannoni ad aria compressa) che emettono impulsi sonori fino a 250 dB, equivalenti al rumore di un’esplosione sottomarina, con effetti devastanti sulla fauna marina.
- I sonar militari ad alta intensità, impiegati per individuare sottomarini, emettono segnali tra 235 e 240 dB, causando disorientamento, panico e spiaggiamenti di massa tra le balene e i delfini.
- Il traffico navale commerciale, con oltre 220.000 imbarcazioni che attraversano il Mediterraneo ogni anno, genera un rumore costante che copre le frequenze utilizzate dai cetacei per la comunicazione.
Gli impatti dell’inquinamento acustico sui cetacei includono:
- Disorientamento e alterazione dei comportamenti migratori: specie come i capodogli e le balenottere comuni evitano le aree rumorose, riducendo la loro capacità di trovare cibo e interagire socialmente.
- Spiaggiamenti di massa: alcuni episodi di spiaggiamento di massa sono stati direttamente collegati all’uso di sonar militari, poiché il suono intenso può causare embolie gassose nei cetacei, simili a quelle dei subacquei.
- Stress cronico e problemi riproduttivi: l’esposizione prolungata a livelli elevati di rumore induce stress fisiologico, riducendo la capacità di riproduzione e aumentando il rischio di malattie.
Soluzioni per ridurre l’inquinamento acustico
Esistono diverse strategie per mitigare gli effetti dell’inquinamento acustico marino, molte delle quali già testate con successo in altre parti del mondo:
- Regolamentazione delle esplorazioni sismiche: vietare o limitare l’uso di airgun nelle aree sensibili per i cetacei. Alcuni paesi, come il Canada e l’Australia, hanno introdotto restrizioni severe per proteggere la fauna marina.
- Riduzione del rumore delle navi: l’adozione di tecnologie per la progettazione di eliche e scafi a basso impatto acustico può ridurre il rumore generato dal traffico marittimo. Alcune compagnie di navigazione hanno già iniziato a implementare queste tecnologie.
- Sviluppo di sonar meno invasivi: nuove tecnologie a bassa intensità possono essere utilizzate nelle operazioni militari senza causare danni alla fauna marina.
- Creazione di corridoi marittimi silenziosi: deviazione delle rotte navali per ridurre il disturbo nelle aree critiche per la megafauna marina.
- Monitoraggio continuo e regolamentazione internazionale: l’introduzione di un sistema di monitoraggio globale per l’inquinamento acustico e l’adozione di accordi internazionali potrebbero contribuire significativamente alla riduzione di questa minaccia.
Sebbene siano stati fatti progressi nella comprensione degli effetti dell’inquinamento acustico sugli ecosistemi marini, è fondamentale implementare misure concrete su larga scala per garantire la protezione dei cetacei e di altre specie sensibili nel Mediterraneo.

L’inquinamento da plastica è uno dei problemi più gravi che affliggono il Mar Mediterraneo. Ogni anno, 14 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani, con il Mediterraneo che registra alcune delle concentrazioni più alte di rifiuti plastici al mondo. Studi recenti hanno evidenziato che oltre il 95% dei rifiuti galleggianti nel Mediterraneo è costituito da plastica, con accumuli particolarmente elevati nelle zone di convergenza delle correnti marine.
Macroplastica
Le macroplastiche, come bottiglie, sacchetti e reti da pesca abbandonate, rappresentano una minaccia immediata per la fauna marina. Gli organismi marini, come le tartarughe e i cetacei, possono ingerire accidentalmente questi rifiuti, soffocando o subendo gravi lesioni interne. Si stima che l’80% delle tartarughe marine del Mediterraneo abbia ingerito plastica almeno una volta nella vita, mentre numerosi esemplari di capodogli e delfini sono stati trovati spiaggiati con lo stomaco pieno di sacchetti di plastica e reti abbandonate.
Le reti fantasma, ovvero reti da pesca perse o abbandonate, sono un altro grave problema. Continuano a intrappolare pesci, tartarughe e mammiferi marini per decenni, contribuendo alla cattura accidentale e alla morte di numerose specie protette. Per i cetacei, il rischio di restare impigliati in queste reti è particolarmente alto, con conseguenze devastanti: individui intrappolati possono soffocare, morire di fame o riportare lesioni gravi che compromettono la loro mobilità e capacità di sopravvivenza.
Microplastica
Le principali fonti di microplastiche includono:
- Plastica degradata: frammenti derivanti dalla disgregazione di rifiuti plastici più grandi a causa dell’esposizione al sole e mare.
- Microplastiche primarie: presenti in prodotti cosmetici, detergenti e nelle vernici industriali.
- Fibre sintetiche: rilasciate dai tessuti in poliestere e nylon durante il lavaggio dei vestiti.
Le microplastiche non solo contaminano le acque e i sedimenti marini, ma vengono ingerite da plancton, molluschi e pesci, accumulandosi lungo la catena alimentare fino ad arrivare all’uomo. Diversi studi hanno rilevato tracce di microplastiche in prodotti ittici destinati al consumo umano, sollevando preoccupazioni anche per la salute umana.
Soluzioni per ridurre l’inquinamento da plastica
Per contrastare l’inquinamento da plastica nel Mediterraneo, sono necessarie azioni concrete su più livelli:
- Riduzione della plastica monouso: l’adozione di alternative biodegradabili e l’eliminazione graduale di prodotti monouso (come posate, bicchieri e sacchetti di plastica) possono ridurre significativamente la produzione di rifiuti plastici.
- Promozione dell’economia circolare: incentivare il riutilizzo e il riciclo della plastica per minimizzare i rifiuti.
- Miglioramento dei sistemi di raccolta e riciclo: nei paesi mediterranei, i sistemi di gestione dei rifiuti devono essere potenziati per evitare la dispersione di plastica nell’ambiente.
- Pulizia e rimozione dei rifiuti marini: iniziative di pulizia delle spiagge e campagne di recupero delle reti fantasma possono ridurre l’impatto immediato dell’inquinamento da plastica.
- Tecnologie innovative per il filtraggio delle microplastiche: l’introduzione di sistemi di filtraggio nelle lavatrici e negli impianti di trattamento delle acque reflue può ridurre significativamente il rilascio di microplastiche nell’ambiente.
Sebbene la plastica sia un materiale onnipresente e difficile da eliminare completamente, misure di mitigazione efficaci possono ridurre drasticamente il suo impatto sulla biodiversità marina e sulla salute umana. Un impegno congiunto tra governi, industrie e cittadini è essenziale per proteggere il Mediterraneo dall’inquinamento plastico.
Quali sono le minacce indirette?

L’inquinamento chimico rappresenta una delle minacce meno visibili ma più insidiose per il Mar Mediterraneo e la sua biodiversità. A causa della sua natura semi-chiusa, le sostanze chimiche tossiche rilasciate dalle attività umane tendono ad accumularsi nelle acque e nei sedimenti, con effetti devastanti sugli ecosistemi marini.
Le principali fonti di inquinamento chimico includono:
- Scarichi industriali e agricoli: pesticidi, fertilizzanti e metalli pesanti provenienti dalle industrie e dalle attività agricole vengono riversati nei fiumi e finiscono nel Mediterraneo, alterando la qualità delle acque e avvelenando la fauna marina.
- Petrolio e idrocarburi: il traffico navale intenso nel Mediterraneo comporta frequenti sversamenti di petrolio, sia accidentali che legati alle operazioni di routine delle navi. L’esposizione agli idrocarburi può causare danni alla pelle, agli organi interni e ai sistemi riproduttivi dei cetacei e di altri organismi marini.
- Contaminanti organici persistenti (POP): sostanze come PCB (policlorobifenili), diossine e ritardanti di fiamma bromurati sono altamente tossiche e tendono a bioaccumularsi nei tessuti degli animali marini, con effetti letali sulla riproduzione e sul sistema immunitario.
- Microinquinanti farmaceutici: antibiotici, ormoni e altri farmaci entrano nelle acque marine attraverso le acque reflue, alterando il comportamento e il metabolismo della fauna marina.
Effetti dell’inquinamento chimico sui cetacei e sulla megafauna marina
- Bioaccumulo e biomagnificazione: le sostanze chimiche tossiche si accumulano nei tessuti degli organismi marini e aumentano di concentrazione lungo la catena alimentare. I grandi predatori come i capodogli e le orche sono particolarmente vulnerabili, poiché consumano grandi quantità di prede contaminate.
- Compromissione del sistema immunitario: l’esposizione a metalli pesanti e contaminanti organici persistenti può indebolire le difese immunitarie dei cetacei, rendendoli più suscettibili a infezioni e malattie.
- Interferenze ormonali e problemi riproduttivi: alcuni inquinanti chimici agiscono come interferenti endocrini, alterando il sistema ormonale degli animali e riducendo il loro tasso di riproduzione.
- Effetti neurologici e comportamentali: sostanze tossiche come i PCB possono compromettere le funzioni neurologiche dei cetacei, interferendo con la loro capacità di navigazione, comunicazione e alimentazione.
Soluzioni per mitigare l’inquinamento chimico
Per ridurre l’impatto dell’inquinamento chimico sul Mediterraneo e sulla sua biodiversità, sono necessarie misure concrete:
- Miglioramento dei sistemi di trattamento delle acque reflue: l’implementazione di impianti avanzati di depurazione può ridurre il rilascio di microinquinanti farmaceutici e contaminanti industriali in mare.
- Regolamentazione più stringente sugli scarichi industriali e agricoli: l’adozione di normative più severe per limitare l’uso di pesticidi e fertilizzanti chimici può ridurre significativamente l’inquinamento delle acque marine.
- Riduzione dell’uso di sostanze tossiche nei prodotti di consumo: promuovere alternative ecologiche ai prodotti contenenti PCB, ritardanti di fiamma e altri contaminanti nocivi può prevenire la loro dispersione nell’ambiente.
- Monitoraggio e controllo delle attività navali: aumentare i controlli sulle navi che attraversano il Mediterraneo e promuovere tecnologie di navigazione più pulite può ridurre gli sversamenti accidentali di petrolio e idrocarburi.
- Bonifica delle aree contaminate: interventi mirati per la rimozione di sedimenti inquinati e per il recupero di ecosistemi danneggiati possono contribuire alla rigenerazione degli habitat marini.

Effetti del cambiamento climatico sui cetacei e la megafauna marina
- Modifica delle rotte migratorie: l’aumento della temperatura dell’acqua e la riduzione della disponibilità di cibo costringono le specie a spostarsi verso altre aree, alterando gli equilibri naturali.
- Declino del krill e dei cefalopodi: l’alterazione degli ecosistemi planctonici e bentonici riduce la quantità di prede disponibili per i grandi cetacei.
- Maggiore esposizione alle minacce antropiche: i cetacei costretti a spostarsi in nuove aree possono incrociare rotte navali ad alta densità o zone di pesca intensiva, aumentando il rischio di collisioni e bycatch.
- Stress termico e malattie: le elevate temperature possono indebolire il sistema immunitario della fauna marina, aumentando la diffusione di malattie e parassiti.
Soluzioni per mitigare gli effetti del cambiamento climatico
Affrontare il cambiamento climatico nel Mediterraneo richiede misure urgenti a livello locale e globale. Tra le principali strategie di mitigazione:
- Riduzione delle emissioni di gas serra: il traffico marittimo e le attività industriali sono tra i principali responsabili dell’inquinamento atmosferico nel Mediterraneo. Investire in carburanti meno impattanti, navi a basse emissioni e regolamentare il trasporto marittimo può ridurre significativamente l’impronta ecologica del settore.
- Potenziamento delle Aree Marine Protette (AMP): attualmente, meno del 10% del Mediterraneo è coperto da AMP, ma l’obiettivo è raggiungere almeno il 30% entro il 2030. Queste aree possono offrire rifugi sicuri per le specie vulnerabili e garantire la conservazione degli habitat critici.
- Ripristino delle praterie di Posidonia oceanica: proteggere e ripiantare questa fondamentale pianta marina permette di assorbire grandi quantità di CO₂ e mitigare l’acidificazione degli oceani.
- Monitoraggio scientifico e adattamento degli ecosistemi: è fondamentale intensificare le attività di ricerca per comprendere meglio l’impatto del cambiamento climatico e sviluppare strategie di adattamento per le specie marine più vulnerabili.
- Riduzione delle attività umane impattanti: limitare la pesca eccessiva, regolamentare le attività turistiche e ridurre l’inquinamento può contribuire a rafforzare la resilienza degli ecosistemi marini.
Il Mediterraneo è un ecosistema straordinario ma fragile, e il cambiamento climatico ne sta mettendo a dura prova la biodiversità. Un’azione concertata tra governi, istituzioni scientifiche, aziende e cittadini è essenziale per garantire la sopravvivenza delle specie marine e preservare l’equilibrio dell’ecosistema per le future generazioni.
Conclusione
Le minacce antropiche che colpiscono la megafauna marina del Mediterraneo, e in particolare i cetacei, sono molteplici e spesso interconnesse. L’inquinamento da plastica, il cambiamento climatico, il traffico marittimo e l’inquinamento chimico non solo alterano gli ecosistemi marini, ma mettono a rischio la sopravvivenza di specie fondamentali per l’equilibrio dell’oceano.
I cetacei, essendo predatori apicali, sono indicatori chiave dello stato di salute del mare: la loro vulnerabilità riflette la gravità della crisi ecologica che sta colpendo il Mediterraneo.
Le soluzioni esistono, ma richiedono un impegno collettivo e un’azione immediata. La riduzione delle emissioni di gas serra, la regolamentazione del traffico navale, l’adozione di pratiche di pesca sostenibile e il potenziamento delle Aree Marine Protette sono passi fondamentali per garantire la sopravvivenza di queste specie.
Solo attraverso un cambiamento sistemico, supportato da politiche efficaci, ricerca scientifica e coinvolgimento delle comunità locali, sarà possibile invertire la rotta e assicurare un futuro sostenibile per il Mediterraneo e la sua straordinaria biodiversità.

Cosa minaccia i nostri Cetacei?
Il Mar Mediterraneo, sebbene rappresenti meno dell'1% della superficie oceanica mondiale, ospita oltre 17.000 specie marine, molte delle quali endemiche. Tuttavia, la sua ricchezza biologica è minacciata da diverse pressioni antropiche che compromettono la sopravvivenza di cetacei, tartarughe marine, coralli e molte altre forme di vita.
A causa della sua conformazione geografica, il Mediterraneo è particolarmente vulnerabile agli impatti umani. Essendo un bacino semi-chiuso, le attività industriali, il traffico navale, la pesca e l'inquinamento hanno conseguenze più marcate rispetto agli oceani aperti. Il 30% del traffico marittimo globale transita in quest’area, contribuendo in maniera significativa all'inquinamento acustico e chimico, all’aumento delle collisioni con i mammiferi marini e all’accumulo di rifiuti plastici.
Le minacce alla biodiversità marina possono essere suddivise in due categorie principali:
- Minacce dirette: impattano immediatamente sugli organismi marini, causando danni fisici o la morte.
- Minacce indirette: hanno effetti a lungo termine, alterando gli equilibri ecologici e riducendo le risorse disponibili per le specie marine.
Quali sono le minacce dirette?

Fattori che influenzano il rischio di collisione:
- Velocità delle imbarcazioni: studi dimostrano che con velocità superiori ai 14 nodi, la probabilità di letalità della collisione aumenta notevolmente.
- Tipologia di nave: le imbarcazioni più grandi e con scafo rigido hanno meno capacità di manovra e maggiore inerzia, rendendo impossibile evitare un impatto.
- Aree di alta densità di cetacei: alcune zone, come lo stretto di Gibilterra e il Mar Ligure, registrano un’alta concentrazione di mammiferi marini, sovrapponendosi a rotte commerciali.
Soluzioni per ridurre le collisioni
Per mitigare questa minaccia, sono state proposte diverse strategie di intervento, molte delle quali hanno dimostrato un’efficacia significativa.
- Riduzione della velocità delle navi: gli studi dimostrano che abbassare la velocità sotto i 10 nodi riduce la mortalità dei cetacei fino al 90%. Alcuni porti, come quelli della costa occidentale degli Stati Uniti, hanno implementato programmi volontari per la riduzione della velocità delle navi con ottimi risultati. Tuttavia, nel Mediterraneo, tale misura è ancora poco applicata.
- Riconfigurazione delle rotte marittime: dove possibile, le rotte commerciali possono essere spostate lontano dalle aree critiche per i cetacei. Ad esempio, il riposizionamento delle rotte nel Canale di Santa Barbara (California) ha ridotto significativamente le collisioni con le balene grigie e le balenottere azzurre.
- Implementazione di sistemi di monitoraggio: tecnologie come fotocamere termiche, radar passivi e boe acustiche permettono di rilevare la presenza di cetacei in tempo reale, allertando i comandanti delle navi per consentire loro di rallentare o cambiare rotta.
- Marine Mammal Observers (MMOs): per le navi di grandi dimensioni, la presenza di osservatori specializzati a bordo può ridurre il rischio di impatto, fornendo avvisi tempestivi sulla presenza di cetacei lungo la rotta.
- Software di tracciamento della fauna marina: sistemi come REPCET (Real-time Plotting of Cetacean) permettono di condividere in tempo reale la posizione dei cetacei avvistati dai naviganti, migliorando l’efficacia delle misure preventive.
- Adozione di propulsori meno impattanti: alcune compagnie navali stanno sperimentando motori più silenziosi e sistemi di propulsione che riducono il rumore e le vibrazioni sott’acqua, diminuendo l’interferenza con i mammiferi marini.
Sebbene alcune di queste misure siano state già implementate in aree specifiche, è fondamentale una maggiore cooperazione internazionale per garantire la protezione dei cetacei nel Mediterraneo. L’integrazione di queste strategie in una politica marittima globale può contribuire a ridurre significativamente il numero di collisioni, garantendo una convivenza sostenibile tra la navigazione e la biodiversità marina.

I principali attrezzi da pesca responsabili del bycatch includono:
- Reti a strascico: queste reti, trainate sul fondo marino, catturano indiscriminatamente qualsiasi organismo si trovi nel loro percorso, danneggiando anche gli habitat bentonici.
- Palangari: lunghe lenze munite di centinaia di ami, che possono intrappolare accidentalmente tartarughe marine, squali e uccelli marini.
- Reti da posta: reti fisse o derivanti, che possono intrappolare i cetacei impedendo loro di riemergere per respirare.
Fino all’inizio degli anni 2000, le reti derivanti nel Mediterraneo causavano la morte di oltre 10.000 cetacei ogni anno, fino alla loro messa al bando nel 2002. Tuttavia, la pesca illegale continua a rappresentare una minaccia persistente. In particolare, il capodoglio è tra le specie più colpite, con numerosi individui trovati intrappolati in reti illegali, spesso agonizzanti o già deceduti.
Soluzioni per ridurre il bycatch
Per affrontare questa problematica, sono state sviluppate diverse soluzioni che hanno dimostrato di ridurre significativamente la mortalità accidentale delle specie marine. Tra queste troviamo:
- Modifica degli attrezzi da pesca: L'uso di dispositivi come i TED (Turtle Excluder Devices) consente alle tartarughe marine di sfuggire alle reti a strascico. Questi strumenti, obbligatori in alcune aree degli Stati Uniti, potrebbero essere implementati con maggiore diffusione anche nel Mediterraneo.
- Adozione di ami circolari: Gli ami di tipo circolare riducono il numero di catture accidentali di squali e tartarughe rispetto agli ami tradizionali. Questi strumenti sono già stati introdotti in diverse flotte pescherecce, con una riduzione significativa della mortalità.
- Utilizzo di pingers acustici: I pingers sono dispositivi che emettono suoni ad alta frequenza, allontanando delfini e cetacei dalle reti da pesca. Diversi studi hanno dimostrato che l’impiego di pingers riduce fino al 50% il numero di catture accidentali nei delfini costieri.
- Chiusura temporanea di zone di pesca: Identificare e proteggere le aree critiche per la riproduzione e l’alimentazione delle specie a rischio potrebbe ridurre significativamente il bycatch. Alcuni esperimenti in Aree Marine Protette (AMP) hanno dimostrato che limitare le attività di pesca stagionalmente può favorire la ripopolazione delle specie vulnerabili.
- Formazione e sensibilizzazione dei pescatori: Un elemento chiave per la riduzione del bycatch è il coinvolgimento delle comunità di pescatori. Programmi di formazione su pratiche di pesca sostenibile e il rilascio corretto delle specie catturate accidentalmente possono contribuire a mitigare gli impatti negativi.
Sebbene queste soluzioni abbiano dimostrato di essere efficaci in molte aree del mondo, è fondamentale che vengano applicate in modo più sistematico nel Mediterraneo.
Un maggiore controllo sulla pesca illegale, incentivi per l’adozione di attrezzi da pesca sostenibili e la creazione di un sistema di monitoraggio internazionale potrebbero rappresentare un passo decisivo per ridurre il bycatch e proteggere la biodiversità marina.

L’inquinamento acustico rappresenta una minaccia crescente per la biodiversità marina del Mediterraneo. Il suono, fondamentale per molte specie marine, viene utilizzato dai cetacei per la comunicazione, la navigazione e la caccia. Tuttavia, l’aumento delle attività umane negli oceani ha incrementato in modo esponenziale i livelli di rumore sottomarino, interferendo con le funzioni vitali degli organismi marini.
Negli ultimi 50 anni, il rumore di fondo degli oceani è aumentato di circa 20 dB, con picchi ancora più elevati nelle zone ad alta densità di traffico navale. Alcune fonti di rumore possono raggiungere livelli estremamente elevati:
- Le esplorazioni petrolifere e del gas utilizzano tecniche di airgun (cannoni ad aria compressa) che emettono impulsi sonori fino a 250 dB, equivalenti al rumore di un’esplosione sottomarina, con effetti devastanti sulla fauna marina.
- I sonar militari ad alta intensità, impiegati per individuare sottomarini, emettono segnali tra 235 e 240 dB, causando disorientamento, panico e spiaggiamenti di massa tra le balene e i delfini.
- Il traffico navale commerciale, con oltre 220.000 imbarcazioni che attraversano il Mediterraneo ogni anno, genera un rumore costante che copre le frequenze utilizzate dai cetacei per la comunicazione.
Gli impatti dell’inquinamento acustico sui cetacei includono:
- Disorientamento e alterazione dei comportamenti migratori: specie come i capodogli e le balenottere comuni evitano le aree rumorose, riducendo la loro capacità di trovare cibo e interagire socialmente.
- Spiaggiamenti di massa: alcuni episodi di spiaggiamento di massa sono stati direttamente collegati all’uso di sonar militari, poiché il suono intenso può causare embolie gassose nei cetacei, simili a quelle dei subacquei.
- Stress cronico e problemi riproduttivi: l’esposizione prolungata a livelli elevati di rumore induce stress fisiologico, riducendo la capacità di riproduzione e aumentando il rischio di malattie.
Soluzioni per ridurre l’inquinamento acustico
Esistono diverse strategie per mitigare gli effetti dell’inquinamento acustico marino, molte delle quali già testate con successo in altre parti del mondo:
- Regolamentazione delle esplorazioni sismiche: vietare o limitare l’uso di airgun nelle aree sensibili per i cetacei. Alcuni paesi, come il Canada e l’Australia, hanno introdotto restrizioni severe per proteggere la fauna marina.
- Riduzione del rumore delle navi: l’adozione di tecnologie per la progettazione di eliche e scafi a basso impatto acustico può ridurre il rumore generato dal traffico marittimo. Alcune compagnie di navigazione hanno già iniziato a implementare queste tecnologie.
- Sviluppo di sonar meno invasivi: nuove tecnologie a bassa intensità possono essere utilizzate nelle operazioni militari senza causare danni alla fauna marina.
- Creazione di corridoi marittimi silenziosi: deviazione delle rotte navali per ridurre il disturbo nelle aree critiche per la megafauna marina.
- Monitoraggio continuo e regolamentazione internazionale: l’introduzione di un sistema di monitoraggio globale per l’inquinamento acustico e l’adozione di accordi internazionali potrebbero contribuire significativamente alla riduzione di questa minaccia.
Sebbene siano stati fatti progressi nella comprensione degli effetti dell’inquinamento acustico sugli ecosistemi marini, è fondamentale implementare misure concrete su larga scala per garantire la protezione dei cetacei e di altre specie sensibili nel Mediterraneo.

L’inquinamento da plastica è uno dei problemi più gravi che affliggono il Mar Mediterraneo. Ogni anno, 14 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani, con il Mediterraneo che registra alcune delle concentrazioni più alte di rifiuti plastici al mondo. Studi recenti hanno evidenziato che oltre il 95% dei rifiuti galleggianti nel Mediterraneo è costituito da plastica, con accumuli particolarmente elevati nelle zone di convergenza delle correnti marine.
Macroplastica
Le macroplastiche, come bottiglie, sacchetti e reti da pesca abbandonate, rappresentano una minaccia immediata per la fauna marina. Gli organismi marini, come le tartarughe e i cetacei, possono ingerire accidentalmente questi rifiuti, soffocando o subendo gravi lesioni interne. Si stima che l’80% delle tartarughe marine del Mediterraneo abbia ingerito plastica almeno una volta nella vita, mentre numerosi esemplari di capodogli e delfini sono stati trovati spiaggiati con lo stomaco pieno di sacchetti di plastica e reti abbandonate.
Le reti fantasma, ovvero reti da pesca perse o abbandonate, sono un altro grave problema. Continuano a intrappolare pesci, tartarughe e mammiferi marini per decenni, contribuendo alla cattura accidentale e alla morte di numerose specie protette. Per i cetacei, il rischio di restare impigliati in queste reti è particolarmente alto, con conseguenze devastanti: individui intrappolati possono soffocare, morire di fame o riportare lesioni gravi che compromettono la loro mobilità e capacità di sopravvivenza.
Microplastica
Le principali fonti di microplastiche includono:
- Plastica degradata: frammenti derivanti dalla disgregazione di rifiuti plastici più grandi a causa dell’esposizione al sole e mare.
- Microplastiche primarie: presenti in prodotti cosmetici, detergenti e nelle vernici industriali.
- Fibre sintetiche: rilasciate dai tessuti in poliestere e nylon durante il lavaggio dei vestiti.
Le microplastiche non solo contaminano le acque e i sedimenti marini, ma vengono ingerite da plancton, molluschi e pesci, accumulandosi lungo la catena alimentare fino ad arrivare all’uomo. Diversi studi hanno rilevato tracce di microplastiche in prodotti ittici destinati al consumo umano, sollevando preoccupazioni anche per la salute umana.
Soluzioni per ridurre l’inquinamento da plastica
Per contrastare l’inquinamento da plastica nel Mediterraneo, sono necessarie azioni concrete su più livelli:
- Riduzione della plastica monouso: l’adozione di alternative biodegradabili e l’eliminazione graduale di prodotti monouso (come posate, bicchieri e sacchetti di plastica) possono ridurre significativamente la produzione di rifiuti plastici.
- Promozione dell’economia circolare: incentivare il riutilizzo e il riciclo della plastica per minimizzare i rifiuti.
- Miglioramento dei sistemi di raccolta e riciclo: nei paesi mediterranei, i sistemi di gestione dei rifiuti devono essere potenziati per evitare la dispersione di plastica nell’ambiente.
- Pulizia e rimozione dei rifiuti marini: iniziative di pulizia delle spiagge e campagne di recupero delle reti fantasma possono ridurre l’impatto immediato dell’inquinamento da plastica.
- Tecnologie innovative per il filtraggio delle microplastiche: l’introduzione di sistemi di filtraggio nelle lavatrici e negli impianti di trattamento delle acque reflue può ridurre significativamente il rilascio di microplastiche nell’ambiente.
Sebbene la plastica sia un materiale onnipresente e difficile da eliminare completamente, misure di mitigazione efficaci possono ridurre drasticamente il suo impatto sulla biodiversità marina e sulla salute umana. Un impegno congiunto tra governi, industrie e cittadini è essenziale per proteggere il Mediterraneo dall’inquinamento plastico.
Quali sono le minacce indirette?

L’inquinamento chimico rappresenta una delle minacce meno visibili ma più insidiose per il Mar Mediterraneo e la sua biodiversità. A causa della sua natura semi-chiusa, le sostanze chimiche tossiche rilasciate dalle attività umane tendono ad accumularsi nelle acque e nei sedimenti, con effetti devastanti sugli ecosistemi marini.
Le principali fonti di inquinamento chimico includono:
- Scarichi industriali e agricoli: pesticidi, fertilizzanti e metalli pesanti provenienti dalle industrie e dalle attività agricole vengono riversati nei fiumi e finiscono nel Mediterraneo, alterando la qualità delle acque e avvelenando la fauna marina.
- Petrolio e idrocarburi: il traffico navale intenso nel Mediterraneo comporta frequenti sversamenti di petrolio, sia accidentali che legati alle operazioni di routine delle navi. L’esposizione agli idrocarburi può causare danni alla pelle, agli organi interni e ai sistemi riproduttivi dei cetacei e di altri organismi marini.
- Contaminanti organici persistenti (POP): sostanze come PCB (policlorobifenili), diossine e ritardanti di fiamma bromurati sono altamente tossiche e tendono a bioaccumularsi nei tessuti degli animali marini, con effetti letali sulla riproduzione e sul sistema immunitario.
- Microinquinanti farmaceutici: antibiotici, ormoni e altri farmaci entrano nelle acque marine attraverso le acque reflue, alterando il comportamento e il metabolismo della fauna marina.
Effetti dell’inquinamento chimico sui cetacei e sulla megafauna marina
- Bioaccumulo e biomagnificazione: le sostanze chimiche tossiche si accumulano nei tessuti degli organismi marini e aumentano di concentrazione lungo la catena alimentare. I grandi predatori come i capodogli e le orche sono particolarmente vulnerabili, poiché consumano grandi quantità di prede contaminate.
- Compromissione del sistema immunitario: l’esposizione a metalli pesanti e contaminanti organici persistenti può indebolire le difese immunitarie dei cetacei, rendendoli più suscettibili a infezioni e malattie.
- Interferenze ormonali e problemi riproduttivi: alcuni inquinanti chimici agiscono come interferenti endocrini, alterando il sistema ormonale degli animali e riducendo il loro tasso di riproduzione.
- Effetti neurologici e comportamentali: sostanze tossiche come i PCB possono compromettere le funzioni neurologiche dei cetacei, interferendo con la loro capacità di navigazione, comunicazione e alimentazione.
Soluzioni per mitigare l’inquinamento chimico
Per ridurre l’impatto dell’inquinamento chimico sul Mediterraneo e sulla sua biodiversità, sono necessarie misure concrete:
- Miglioramento dei sistemi di trattamento delle acque reflue: l’implementazione di impianti avanzati di depurazione può ridurre il rilascio di microinquinanti farmaceutici e contaminanti industriali in mare.
- Regolamentazione più stringente sugli scarichi industriali e agricoli: l’adozione di normative più severe per limitare l’uso di pesticidi e fertilizzanti chimici può ridurre significativamente l’inquinamento delle acque marine.
- Riduzione dell’uso di sostanze tossiche nei prodotti di consumo: promuovere alternative ecologiche ai prodotti contenenti PCB, ritardanti di fiamma e altri contaminanti nocivi può prevenire la loro dispersione nell’ambiente.
- Monitoraggio e controllo delle attività navali: aumentare i controlli sulle navi che attraversano il Mediterraneo e promuovere tecnologie di navigazione più pulite può ridurre gli sversamenti accidentali di petrolio e idrocarburi.
- Bonifica delle aree contaminate: interventi mirati per la rimozione di sedimenti inquinati e per il recupero di ecosistemi danneggiati possono contribuire alla rigenerazione degli habitat marini.

Effetti del cambiamento climatico sui cetacei e la megafauna marina
- Modifica delle rotte migratorie: l’aumento della temperatura dell’acqua e la riduzione della disponibilità di cibo costringono le specie a spostarsi verso altre aree, alterando gli equilibri naturali.
- Declino del krill e dei cefalopodi: l’alterazione degli ecosistemi planctonici e bentonici riduce la quantità di prede disponibili per i grandi cetacei.
- Maggiore esposizione alle minacce antropiche: i cetacei costretti a spostarsi in nuove aree possono incrociare rotte navali ad alta densità o zone di pesca intensiva, aumentando il rischio di collisioni e bycatch.
- Stress termico e malattie: le elevate temperature possono indebolire il sistema immunitario della fauna marina, aumentando la diffusione di malattie e parassiti.
Soluzioni per mitigare gli effetti del cambiamento climatico
Affrontare il cambiamento climatico nel Mediterraneo richiede misure urgenti a livello locale e globale. Tra le principali strategie di mitigazione:
- Riduzione delle emissioni di gas serra: il traffico marittimo e le attività industriali sono tra i principali responsabili dell’inquinamento atmosferico nel Mediterraneo. Investire in carburanti meno impattanti, navi a basse emissioni e regolamentare il trasporto marittimo può ridurre significativamente l’impronta ecologica del settore.
- Potenziamento delle Aree Marine Protette (AMP): attualmente, meno del 10% del Mediterraneo è coperto da AMP, ma l’obiettivo è raggiungere almeno il 30% entro il 2030. Queste aree possono offrire rifugi sicuri per le specie vulnerabili e garantire la conservazione degli habitat critici.
- Ripristino delle praterie di Posidonia oceanica: proteggere e ripiantare questa fondamentale pianta marina permette di assorbire grandi quantità di CO₂ e mitigare l’acidificazione degli oceani.
- Monitoraggio scientifico e adattamento degli ecosistemi: è fondamentale intensificare le attività di ricerca per comprendere meglio l’impatto del cambiamento climatico e sviluppare strategie di adattamento per le specie marine più vulnerabili.
- Riduzione delle attività umane impattanti: limitare la pesca eccessiva, regolamentare le attività turistiche e ridurre l’inquinamento può contribuire a rafforzare la resilienza degli ecosistemi marini.
Il Mediterraneo è un ecosistema straordinario ma fragile, e il cambiamento climatico ne sta mettendo a dura prova la biodiversità. Un’azione concertata tra governi, istituzioni scientifiche, aziende e cittadini è essenziale per garantire la sopravvivenza delle specie marine e preservare l’equilibrio dell’ecosistema per le future generazioni.
Conclusione
Le minacce antropiche che colpiscono la megafauna marina del Mediterraneo, e in particolare i cetacei, sono molteplici e spesso interconnesse. L’inquinamento da plastica, il cambiamento climatico, il traffico marittimo e l’inquinamento chimico non solo alterano gli ecosistemi marini, ma mettono a rischio la sopravvivenza di specie fondamentali per l’equilibrio dell’oceano.
I cetacei, essendo predatori apicali, sono indicatori chiave dello stato di salute del mare: la loro vulnerabilità riflette la gravità della crisi ecologica che sta colpendo il Mediterraneo.
Le soluzioni esistono, ma richiedono un impegno collettivo e un’azione immediata. La riduzione delle emissioni di gas serra, la regolamentazione del traffico navale, l’adozione di pratiche di pesca sostenibile e il potenziamento delle Aree Marine Protette sono passi fondamentali per garantire la sopravvivenza di queste specie.
Solo attraverso un cambiamento sistemico, supportato da politiche efficaci, ricerca scientifica e coinvolgimento delle comunità locali, sarà possibile invertire la rotta e assicurare un futuro sostenibile per il Mediterraneo e la sua straordinaria biodiversità.
COSA E’ IMPELAGHIAMOCI?*
Il progetto "Impelaghiamoci" è promosso dal Comune di Sassari con il supporto finanziario del Bando Pelagos del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, che sostiene iniziative volte alla conoscenza e alla tutela dei cetacei residenti nel Santuario Pelagos da parte dei Comuni aderenti alla Carta di Partenariato dell’Accordo Pelagos. La Fondazione MEDSEA è partner scientifico del progetto, apportando competenze tecniche e scientifiche per la protezione degli habitat marini.
L’Accordo Pelagos, è un accordo internazionale, che mira alla salvaguardia dei cetacei nel Santuario Pelagos, quest'ultima è un'area marina protetta transfrontaliera unica nel Mediterraneo dedicata alla salvaguardia dei mammiferi marini nel Mediterraneo nord-occidentale.
Il Comune di Sassari, aderente alla Carta di Partenariato dal 2016, si impegna a realizzare azioni concrete per la tutela di questi ecosistemi marini straordinari e delle specie che li abitano.
Il Santuario Pelagos è un'area marina protetta internazionale dedicata alla salvaguardia dei mammiferi marini nel Mediterraneo nord-occidentale. Istituito nel 1999 attraverso un accordo tra Italia, Francia e Principato di Monaco,il Santuario Pelagos copre una vasta area di circa 87.500 km² che si estende tra la costa francese, la Corsica, la Sardegna settentrionale e la costa italiana.
Per saperne di piu’: https://pelagos-sanctuary.org/it/


Mappa del Santuario Pelagos da https://pelagos-sanctuary.org/it/accordo-pelagos/
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